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WORLD EMOJI DAY

Avete presente la pagina di calendario nella carrellata di emoji a disposizione di tutti noi?

Il giorno indicato è il 17 luglio e proprio questo giorno è stato scelto per celebrare il World Emoji Day.

Ebbene sì, le popolari “faccine”, da considerare lo strumento di comunicazione più dirompente degli ultimi anni, hanno persino un giorno tutto dedicato a loro.

In realtà, non dovremmo stupirci più di tanto.

I primi 176 emoji originali sono stati, infatti, regalati dalla NTT DOCOMO, la compagnia telefonica giapponese che li ha creati nel 1999 per mano (e mente) del designer Shigetaka Kurita, al Museum of Modern Art of New York, ed esposti nel 2016 nella collezione permanente.

Allora, nessuno poteva immaginare che quell’integrazione visiva al testo pensata per i primi clienti di telefonia nipponica, avrebbe avuto un tale successo planetario.

Gli emoji di Kurita vengono spesso paragonati ai pittogrammi preistorici, ma come aveva ben intuito il curatore del MoMa Paul Galloway, “erano i semi di una nuova, globale, forma di comunicazione”.

Fu poi Scott Fahlman, professore di informatica alla Carnegie Mellon University, a trasformare quei “pittogrammi” nel noto segno grafico dello smile.

Usò lo smile per la prima volta nel 1982, in un messaggio inviato a una bacheca elettronica dell’università, proponendo di usare le “faccine” per distinguere fra thread seri e thread scherzosi.

Questo il messaggio originale:


L’evoluzione dello smile? Lo smile che piange dal ridere.

Talmente diffuso da essere eletto dall’Oxford Dictionary come “la parola dell’anno” nel 2015.

Probabilmente, merito della progressiva e inarrestabile ascesa degli emoji, fu anche della Apple, che studiò il loro utilizzo e lo lanciò implementato sul mercato giapponese poco dopo la nascita dei primi iPhone.

Ma analizziamo la parola EMOJI:

in prestito dal giapponese “絵文字” è composta da “e – immagine” e “moji – carattere”.

In alcuni paesi, come l’Italia, vengono chiamati “emoticon”.

Questo richiama una sorta di correlazione con la parola “emozione”.

Ed infatti le “faccine” non fanno altro che tradurre in simbolo l’emozione che non riusciamo (o non vogliamo) spiegare a parole.

La promozione di simbolo a parola sta alla base della comunicazione odierna che avviene attraverso uno schermo.

Ha molti pregi d’altronde: innanzitutto implica un notevole risparmio di tempo, in secondo luogo rende il tono della comunicazione più informale e aiuta ad abbassare la tensione di una discussione, o addirittura a sdrammatizzarla.

Oggi un messaggio senza una emoticon si presenta quasi freddo.

Quando un amico risponde ad un nostro messaggio con un pollice all’insù, qualcosa dentro ci fa pensare che sia offeso per qualche motivo o che non ci stia dando la considerazione che sentiamo di meritare.


Cos’è un “ti amo” senza un cuoricino accanto?

A noi stessi adesso, proprio qui, verrebbe da aggiungere la faccina che piange dal ridere!

Ma gli emoji hanno conquistato anche il marketing delle aziende?

Possiamo affermare senza alcun dubbio: assolutamente sì.

Primo, fra tutti gli esempi: Facebook.

Il buon Mark Zuckerberg ha introdotto sin dal primo giorno l’utilizzo di reazioni ai post degli altri utenti, implementate nei vari aggiornamenti da svariate emoticon: pollice alzato, cuore, risata, stupore, tristezza e rabbia.

Ormai tutte le aziende inseriscono le più svariate emoticon per rendere il proprio messaggio più fluido, schematico e quindi comprensibile, attravero la consapevolezza che un “piccolo disegno” possa attirare maggiormente l’attenzione rispetto ad un testo composto unicamente da parole.

Gli emoji talvolta fungono addirittura da sostituti dei segni grammaticali.

Alitalia, così come tantissime altre aziende, utilizza gli emoji negli oggetti delle sue mail.

È ormai dimostrato come il consumatore sia più attratto dalle mail con un simbolo colorato nell’oggetto.

Emoji entrati di diritto nel content marketing aziendale.

Emoji entrati di diritto nel comune linguaggio scritto.

Emoji che stanno cercando di diventare addirittura una lingua a sè, con tanto di regole grammaticali annesse.

Il classico di Herman Melville Moby Dick diventa Emoji Dick, lanciato da Fred Benenson su Kickstarter.


Addirittura si tenta di riscrivere La Sacra Bibbia con gli emoji attraverso un l’account Twitter “Bible Emoji”.

Anche gli italiani Francesca Chiusaroli (Università di Macerata), Jhoanna Monti (Università di Napoli), lo scrittore Federico Sangati e i blogger di “Scritture Brevi” non hanno resistito a questo richiamo, lavorando alla traduzione in Emojidella favola di Pinocchio e realizzando addirittura un dizionario: l’ “Emojitalianobot”.

 

Ed infine emoji che sollevano questioni di etica.

Fra i compiti dello Unicode Consortium in California è stato aggiunto negli ultimi anni quello di approvare l’introduzione di nuovi disegni o di sostituzione dei precedenti. Questo passaggio diventa sempre più occasione di discussioni, spesso accese, come accaduto quando Appleha suggerito la sostituzione della pistola vera con quella ad acqua, mentre Googleha intrapreso “una lotta” per l’introduzione di nuove emoticon per la parità dei sessi.

Amate o odiate, le emoticon fanno parte integrante della nostra vita, pertanto non ci resta che salutarvi così:

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